NON SI AFFITTA AGLI IMMIGRATI

di Massimo Baldini e Marta Federici 30.07.2010

Un buon funzionamento del mercato degli affitti è fondamentale per favorire l’integrazione degli immigrati. Quello italiano ha molti problemi: l’offerta è scarsa e mal distribuita sul territorio nazionale, i costi di transazione sono elevati. Ma non solo: una parte dei proprietari non è disposta a concedere una casa in affitto agli stranieri. La discriminazione è più intensa nell’Italia settentrionale, colpisce soprattutto gli uomini e meno le donne e più gli arabi rispetto a chi proviene dall’Europa dell’Est. Neanche la crisi economica riesce a eliminarla.

L’Italia è ormai un paese ad alta immigrazione: all’inizio del 2009 secondo l’Istat vi erano circa 3,9 milioni di stranieri residenti, più del doppio rispetto a solo sei anni prima. Quando arrivano nel nostro paese, molti stranieri cercano una casa in affitto; in un secondo momento alcuni, dopo un periodo di consolidamento familiare e lavorativo, passano all’acquisto di un’abitazione. Un buon funzionamento del mercato degli affitti è quindi fondamentale per favorire l’integrazione degli immigrati. Eppure il mercato italiano dell’affitto ha molti problemi: l’offerta è scarsa e mal distribuita sul territorio nazionale, i costi di transazione sono elevati.

DODICI IDENTITÀ IN CERCA DI CASA

Secondo una ricerca recentemente svolta, gli immigrati si trovano di fronte a un ulteriore problema: l’indisponibilità di una parte dei proprietari a concedere loro una casa in affitto. (1) Per verificarlo, abbiamo condotto un’indagine attraverso Internet. Dopo avere scelto uno dei più noti siti generalisti di annunci online, abbiamo creato dodici identità fittizie (sei per ciascun genere): quattro con nome chiaramente italiano, quattro con nome facilmente riconoscibile come arabo-musulmano e quattro con un nome tipico dell’Europa Orientale. Questi dodici personaggi si sono candidati come inquilini per gli alloggi in offerta, manifestando interesse per l’appartamento. Nella metà dei casi hanno fornito anche informazioni aggiuntive sulla loro vita lavorativa e familiare, in modo da rassicurare il proprietario sulla loro affidabilità. Le mail inviate si differenziavano tra loro solo per il nome del mittente. Se c’è discriminazione legata all’appartenenza a diversi gruppi etnici, allora le mail firmate da nomi italiani dovrebbero ricevere un maggior numero di risposte positive rispetto alle mail inviate da nomi stranieri. Abbiamo spedito circa tremila mail in modo da coprire le principali quarantuno città italiane.
In figura 1 viene riportata la quota di risposte positive raccolte dalle varie nazionalità, senza distinguere per genere. Le richieste inviate da nomi italiani hanno ottenuto una replica positiva nel 62 per cento dei casi, con una minima differenza tra e-mail che contenevano informazioni sul soggetto ed e-mail che ne erano prive. Nel caso di nomi arabi, invece, le risposte positive sono solo il 44 per cento del totale delle mail inviate, con un aumento nel caso delle richieste che contenevano informazioni sulla qualità del soggetto (41 contro 47 per cento). La probabilità di ricevere una risposta positiva è quindi del 18 per cento inferiore per un nome arabo rispetto a un nome italiano. Le mail firmate da nomi di persone provenienti dall’Europa dell’Est presentano un minore grado di discriminazione rispetto agli italiani (12 per cento), perché la probabilità di una risposta positiva si attesta nel complesso al 49,5 per cento.

Figura 1 - % di risposte positive ricevute, per nome – tutto il campione

Distinguendo per genere (figura 2), la discriminazione colpisce soprattutto i nomi maschili stranieri, in particolare quelli arabi. Le donne hanno sempre, anche per i nomi italiani, una maggiore probabilità di risposta positiva.

Figura 2 - % di risposte positive ricevute, per nome e genere – tutto il campione

La discriminazione a danno dei nomi di origine straniera è più intensa nell’Italia settentrionale: al Nord, ad esempio, risposte positive sono state ottenute dal 70 per cento circa delle richieste firmate da maschi italiani, ma solo dal 25 per cento delle mail inviate (senza informazioni sul lavoro o sulla condizione familiare) da nomi maschili arabi. La figura 3 contiene le differenze medie nei tassi di risposta positiva ottenuti dai tre gruppi in tre diverse aree del paese: al Nord un italiano che risponde a un annuncio su un appartamento in affitto ha una probabilità di ricevere una risposta positiva che è del 25 per cento superiore rispetto a un nome arabo e del 20 per cento rispetto a un nome tipicamente dell’Europa dell’Est. Al Centro e in Meridione la discriminazione è presente, ma in modo molto meno accentuato rispetto al Nord. Nel confronto tra i due gruppi di stranieri, infine, c’è sempre discriminazione a vantaggio degli europei dell’Est, uniforme tra le aree.

Figura 3 - differenza nella probabilità di ricevere una risposta positiva, per gruppo e area

COME INCIDE LA CRISI

Si potrebbe pensare che la crisi economica induca i proprietari a essere più disponibili verso i potenziali inquilini, ma evidentemente la discriminazione è più forte della crisi, perché la ricerca è stata condotta nella primavera 2010, in un periodo certo non brillante per l’economia italiana. La discriminazione non viene eliminata, ma solo attenuata, dalla fornitura di informazioni aggiuntive sul lavoro o sulle condizioni familiari.
Non si tratta però di fenomeni facilmente generalizzabili all’intero territorio nazionale, perché la discriminazione sembra più forte nelle regioni settentrionali. Come spiegare queste differenze? Una parte significativa degli immigrati risiede al Nord. L’elevata concentrazione, prodottasi in un intervallo temporale piuttosto ristretto, può aver prodotto reazioni di rifiuto particolarmente intense da parte degli italiani ivi residenti. Un’interpretazione alternativa può invece fare riferimento alla diversa vitalità economica delle regioni italiane. Nel Nord il tasso di disoccupazione è molto inferiore alla media nazionale, anche in questo periodo di crisi, quindi per un proprietario può essere meno rischioso assumere un atteggiamento selettivo verso possibili inquilini rispetto a chi deve locare un immobile in aree dove la domanda di case in affitto per ragioni di lavoro può essere più scarsa.
(1) Vedi M. Baldini e M. Federici, Ethnic discrimination in the Italian rental housing market, www.capp.unimo.it.

Buoni rapporti di vicinato: prontuario in tutte le lingue

Il prontuario interculturale del progetto “Territori in Rete per l’Accesso all’Alloggio”

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Vietato fumare per le scale. Non si sputa. E poi le regole per l’utilizzo dell’ascensore, gli orari in cui rispettare il silenzio. La fruizione delle parti comuni. L’importanza di una segnaletica multilingue. Un codice informale di buone pratiche per alimentare l´integrazione e vivere in armonia all’interno di un condominio: oltre le generazioni, le culture, le abitudini di vita. Partendo dalle regole più elementari. Undici enti pubblici del territorio emiliano-romagnolo hanno lanciato il progetto - finanziato dal Ministero del Lavoro - TRAA (Territori in Rete per l’Accesso all’Alloggio), sperimentato nella zona stazione di Reggio Emilia e pensato per facilitare ricerca e accesso di cittadini e stranieri all’alloggio e migliorare le relazioni tra condomini. Nell’ambito dell’iniziativa realizzata con la partecipazione e il contributo di cittadini e associazioni (con la collaborazione di Anaci, Asppi, Sicet, Sunia), fondamentale il “prontuario interculturale di condominio” realizzato dal Comune di Reggio Emilia, un vero e proprio libretto di istruzioni per la pacifica convivenza tra condomini, specie se di etnie diverse. Realizzata e tradotta in 5 lingue, la pubblicazione nasce con l’intento di rendere più fluido, chiaro, trasparente e civili il dialogo tra vicini, amministratori condominiali, proprietari, inquilini e forze dell’ordine.

Nella segnaletica proposta, una serie di “inviti”: non lasciare i passeggini nell’ingresso o la bicicletta nei pianerottoli, tenere chiusa la porta di ingresso, utilizzare lo stenditoio solo per i panni, tenere puliti gli spazi comuni. Il prontuario include poi una ricca sezione sulla contrattualistica, sulla manutenzione ordinaria, sulle comunicazioni dell’amministratore. Un tentativo di raccogliere e divulgare efficacemente in più lingue la “grammatica” di base del vivere in condominio, allo scopo di trasformarla in linguaggio - e patrimonio - comune.

PIÙ IMMIGRATI PIÙ CRIMINE? DIPENDE DALLA POLITICA

di Francesco Fasani su lavoce.info

I risultati di una indagine sul Regno Unito mostrano che la presenza di immigrati non necessariamente si trasforma in un aumento dei tassi di criminalità. Anzi. Se agli stranieri viene lasciata la libertà di entrare e uscire dal paese ospitante, lavorare in regola e scegliere i mercati del lavoro locali in cui inserirsi, non si registrano effetti negativi dal punto di vista della criminalità. Quando la politica migratoria preclude loro queste possibilità, possono finire per scegliere attività criminose per far fronte alle necessità di sostentamento.

Il rapporto tra immigrazione e criminalità è uno dei temi caldi e ricorrenti del dibattito politico italiano. L’evidenza empirica di cui disponiamo per il caso italiano non conferma l’esistenza di una chiara relazione causale tra presenza di immigrati nell’area e tassi di criminalità. (1) Eppure, per molti politici e commentatori la relazione è scontata. (2).

MIGRANTI NEL REGNO UNITO

Proviamo ad abbandonare l’idea che gli immigrati abbiano, per qualche misterioso motivo, una maggiore propensione dei nativi a commettere crimini. Come economisti, assumiamo invece che gli immigrati rispondano agli incentivi nelle loro scelte di partecipazione ad attività criminali piuttosto che ad attività legali. (3) Esattamente come farebbe qualsiasi cittadino dei paesi ospitanti. Se gli incentivi sono importanti, allora la politica migratoria – in quanto capace di modificarli – diviene cruciale nell’analisi della relazione tra immigrazione e criminalità. (4)
In una nostra recente analisi studiamo due diverse ondate migratorie che hanno interessato la Gran Bretagna nel corso degli ultimi quindici anni. (5) La prima composta da richiedenti asilo e la seconda dai cittadini dei nuovi Stati membri (Nsm) dell’Unione Europea dopo l’allargamento del 2004.
Un consistente flusso di richiedenti asilo è arrivato nel Regno Unito a fine anni Novanta e nei primi anni Duemila, con una media di circa 70mila domande all’anno tra il 1997 e il 2002. (6) I cittadini dei nuovi stati membri, invece, hanno fatto registrare a partire dal 2004 una media di circa 150-200mila ingressi all’anno, e nel giro di quattro anni sono arrivati a rappresentare circa l’1,3 per cento della forza lavoro inglese, partendo da una percentuale prossima allo zero. I due gruppi sono chiaramente diversi per il diverso processo di selezione che li ha condotti nel Regno Unito. Le scelte di politica migratoria di questo paese, però, hanno introdotto ulteriori elementi di differenza. Mentre i cittadini dei Nsm hanno goduto di immediata libertà di circolazione e di accesso al mercato del lavoro britannico, i richiedenti asilo sono stati soggetti a maggiori restrizioni. (7) Innanzitutto, non è permesso loro lavorare (regolarmente) nei primi sei (successivamente estesi a dodici) mesi dalla presentazione della domanda di asilo. Durante i mesi di attesa, il governo inglese fornisce loro un sussidio, che è pari a circa la metà di quello di disoccupazione. Inoltre, i richiedenti asilo hanno diritto a ricevere un alloggio gratuito dal governo, ma, nel caso vogliano esercitare questo diritto, non possono scegliere la località di residenza. Dal 1999, con l’Immigration and Asylum Act, il governo britannico ha introdotto una politica di “dispersione” dei richiedenti asilo verso aree del Regno Unito non abitualmente interessate dai flussi migratori. Dal punto di vista dell’analisi empirica, questa politica offre un interessante “esperimento naturale” che permette di identificare l’effetto causale della presenza di immigrati sui tassi di criminalità nell’area. La stima di questo effetto, infatti, è generalmente limitata dal fatto che gli immigrati possono scegliere dove risiedere. Ad esempio, se si collocano in aree in espansione economica, si potrebbe osservare che un più elevato numero di immigrati è associato a minori tassi di criminalità. Ma la riduzione nel crimine sarebbe probabilmente da attribuirsi alla crescita economica dell’area, piuttosto che a un effetto “benefico” degli immigrati. L’opposto sarebbe vero se, invece, gli immigrati scegliessero aree in declino perché, ad esempio, i prezzi delle case sono più accessibili.
I nostri risultati mostrano chiaramente che per nessuno dei due flussi migratori considerati si è registrato un aumento dei crimini violenti. Per gli immigrati dei Nsm, non si osserva alcun effetto neppure sui crimini contro la proprietà, anche controllando per i problemi introdotti dalla selezione degli stranieri in particolari aree di residenza. Un aumento dei crimini con “motivazione economica”, invece, si è verificato nelle aree dove sono stati “dispersi” i richiedenti asilo. L’effetto si trova soltanto quando si considerano quelli di sesso maschile (circa il 55 per cento del totale), nonostante l’allocazione nelle diverse aree sia omogenea per uomini e donne. Nessun effetto si osserva per i richiedenti asilo che rinunciano all’alloggio gratuito e possono quindi scegliere dove risiedere. La dimensione dell’effetto è contenuta: l’aumento di un punto percentuale dei richiedenti asilo “dispersi” causerebbe un aumento dello 0,7 per cento dei crimini contro la proprietà. Dato che i richiedenti asilo rappresentavano in media lo 0,1 per cento della popolazione, alla loro presenza può essere ricondotto un aumento dei crimini contro la proprietà che rappresenta circa il 2 per cento del loro valore medio nel periodo considerato.

QUANDO INTERVIENE LA POLITICA

I risultati per il Regno Unito mostrano che la presenza di immigrati non necessariamente risulta in aumento dei tassi di criminalità. Anzi. Se agli immigrati viene lasciata la libertà di entrare e uscire dal paese ospitante, di lavorare in regola e di utilizzare le proprie reti di relazioni per cercare lavoro e scegliere i mercati del lavoro locali in cui inserirsi (immigrati dai Nsm), non si registrano effetti negativi dal punto di vista della criminalità. Quando, invece, la politica migratoria interviene e preclude loro queste possibilità (richiedenti asilo “dispersi”), gli immigrati possono finire per scegliere attività criminose per far fronte alle loro necessità di sostentamento. Nel caso del Regno Unito, le restrizioni alla possibiltà di lavorare e la politica di “dispersione” sono state concepite con l’obbiettivo di rendere il paese meno attraente per i potenziali profughi che fossero arrivati in futuro. L’impatto sul crimine è chiaramente un effetto collaterale di questa politica. È una lezione importante anche per l’Italia. Se “lasciati liberi di lavorare” – come direbbe il nostro presidente del Consiglio – gli immigrati sono una grande risorsa, quando invece si vuole rendere la loro vità insensatamente difficile (con restrizioni all’ingresso, alla durata della loro permanenza, al rinnovo dei permessi di soggiorno, eccetera) si corre il rischio di convincere almeno parte di loro, che l’opzione criminale può essere più allettante di un inserimento lavorativo regolare reso troppo complicato dalla legislazione vigente.

(1)Si veda l’analisi di Bianchi M., Buonanno P.  & Pinotti P., 2008. “Do immigrants cause crime?,” Pse Working Papers 2008-05, Pse;
(2)Si vedano, ad esempio, le recenti dichiarazioni a riguardo del sindaco di Milano, Letizia Moratti:
(3)Si vedano: Becker, G. (1968) “Crime and Punishment: An Economic Approach”, Journal of Political Economy, 76, 175-209; Ehrlich, I. (1973) “Participation in Illegitimate Activities: A Theoretical and Empirical Investigation”, Journal of Political Economy, 81, 521-63.
(4)Evidenza a supporto dell’importanza del ruolo svolto dalla politica migratoria viene dall’analisi di Mastrobuoni G. e Pinotti P. (“Migration Restrictions and Criminal Behavior: Evidence from a Natural Experiment “ (2010), nella quale si mostra come l’ottenimento dello status legale riduca sensibilmente il tasso di recidiva degli immigrati interessati dal provvedimento.
(5)Bell B.,  Machin S. e Fasani F. (2010) “Crime and Immigration: Evidence from Large Immigrant Waves in the UK”, CReAM DP 12/10:
(6)Nello stesso periodo l’Italia riceveva una media di 15mila domande all’anno.
(7)Il Regno Unito, insieme a Irlanda e Svezia, decise di aprire immediatamente il proprio mercato del lavoro ai cittadini dei Nsm, senza adottare alcun periodo di transizione. L’unica limitazione è consistita nell’obbligo di dover segnalare la propria presenza iscrivendosi a un apposito registro (Working Registration Scheme).